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I
non-luoghi
La
critica post-modernista ce lo dice da decenni, lo sappiamo ormai: i
luoghi non esistono più, e se esistono hanno un che di inutile, di
passè.
E allora perchè la letteratura continua a parlare di luoghi? Non
sopporto i luoghi ben definiti, le ambientazioni dovrebbero
limitarsi a non-luoghi stereotipici. “Il supermercato”,
“l’autostrada”, “il porto”, la spiaggia”.
Che esistono ovunque e sempre con caratteristiche uguali e
immutabili.
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Le
non-lingue
Nessun
nato dopo gli anni ’60 ha mai parlato la propria lingua, la lingua
che avevano parlato i propri genitori e i propri antenati. Io parlo
una sorta di codice le cui categorie sono universalmente accettate
in tutto il mondo connesso. Basta cambiare un termine con un altro,
e un giapponese o un australiano possono capire esattamente di cosa
sto parlando. Se la lingua è il codice sviluppato da una comunità
in un determinato luogo, allora le lingue sono morte. Il luogo non
esiste più, la comunità non insiste più su un territorio ma su
una connessione (o su una frequenza). Sul mio passaporto c’è
scritto “Vulgocrazia Italiana”, e quindi devo usare l’italiano
per scrivere. Ma voglio usare solo quelle espressioni e quelle
parole che possono essere trascritte biunivocamente in qualsiasi
altra lingua connessa. Niente detti, niente proverbi, niente che
faccia sospettare che il mio background risale a qualcosa di
concreto.
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Le
non-culture officializzate
Da
35 anni a questa parte le colture occidentali si sono suicidate in
massa e si sono fuse in “qualcosa” di nuovo. Eppure mai come
adesso la gente fa di tutto per sentirsi “italiana”,
“francese”, “tedesca”. L’Unione Europea ci permette
persino di proteggere come “tipici” prodotti che probabilmente
nessuno ha mai pensato essere tali. Abbiamo bisogno di sentirci
parte di una cultura, una nazione, un qualcosa di più grande. Che
purtroppo non esiste più. E quindi copiamo semplicemente dal
passato i cibi, i vestiti, le espressioni, le forme politiche, le
feste. Senza curarci del fatto che, per esistere, una cultura deve
essere viva e spontanea, e non copiata.
Do però il benvenuto a questi manifesti di idiozia e significato:
sono un’ottimo paradigma del mondo di oggi.
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Il
non-tempo non-vissuto
Datemi
una connessione, una biblioteca e una collezione di cd: posso
rivivere in pochi minuti tutti gli ultimi 4000 anni di Storia in
ogni angolo della Terra. Datemi un biglietto aereo per l’altra
sponda dell’Oceano, e riprenderò dalla stessa frase una
discussione che ho interrotto 3 anni fa. Se voglio, posso visitare
un villaggio tedesco di metà ‘500 o una villa romana del I sec.
d.C., una comunità trentina del ‘400, una fabbrica di inizio
secolo XX. E posso provare esattamente le stesse emozioni del tempo.
E
di questo voglio scrivere: ieri, oggi o domani non è importante,
qui o altrove è troppo superficiale. Se devo scegliere spazio e
tempo, lo faccio in base allo stato d’animo che voglio rendere, e
posso sempre usare diverse combinazioni, se ne ho voglia.
Costringere tutto in una linea temporale è asfissiante, stancante,
non sono più abituato a dover esistere in un anno preciso.
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Comparsa
delle tertium-opinioni
Ho
troppa paura di ciò che è ben definito e a tinta unica. Sono
troppo tentato di vivere l’antitesi, mi frustra restare in questa
unica, sola, stupida pelle per tutto il tempo. Ci sono almeno 15
nazionalità diverse sulla strada che da qui porta alla stazione
ferroviaria, non posso essere sempre me stesso davanti a loro. Il
Caso avrebbe potuto stabilire che io fossi nato in miliardi di altri
posti, e che la mia istruzione fosse infinite volte diversa.
Non posso avere una opinione, perchè chiunque ha diritto di avere una vita
diversa dalla mia e un’altra storia. Tra tesi e antitesi scelgo
l’archetipo. Tra spaghetti e knödel scelgo McDonald’s.
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L’opera
letteraria è inferiore
La
letteratura si limita ad inseguire gli altri media almeno
dall’inizio dell’Ottocento. Non voglio mai più vedere lo
snobbismo del letterato di fronte al resto della società: i
letterati sono un ridicolo, inutile relitto del passato. E questa
situazione va avanti da centosessant’anni almeno. Tutto ciò che
ha a che vedere con la parola scritta viene sussunto
dall’evoluzione della società: una laurea non serve più a molto,
la massa di informazioni scritte è così grande che niente di
scritto ha più valore. Butto via senza nemmeno leggere la pubblicità
nella mia casella di posta e le junk mails. Non si riesce nemmeno più
a iniziare le rivoluzioni con la stampa fatta in casa!
E
quindi, perchè dovrei regalare più interesse ad un’opera
scritta? Per conciliare il sonno? Esistono il Tylenol o la
camomilla. Se si vuole proprio fare letteratura, per favore ci si
renda conto che non è niente di incredibile, niente di superiore,
niente di raffinato: nessuno ti ascolterà comunque, hai buone
possibilità di scatenare istinti fascistoidi in chi ti legge, e
chiunque, dico CHIUNQUE, può fare meglio di te, o lo ha già fatto.
La
letteratura ha ancora un briciolo di importanza se si pone come fine
un attacco combinato al sapere istituzionalizzato – finchè esiste
ancora sapere istituzionalizzato. Prima o poi non ci sarà più
niente da attaccare, e i letterati potranno solo tentare di
convincere i lettori che esiste qualcosa contro cui combattere, e
che loro lo stanno facendo. Inizieranno a cannibalizzarsi a vicenda.
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L’ispirazione
del letterato è sempre falsa
Parliamoci
chiaro: la letteratura è una sostituzione della vita sociale, una
brutta copia, un falso. Peggio ancora, spesso è una brutta copia
della vita che qualcun altro ha già messo su carta. L’unica cosa
che un letterato può fare, di questi tempi, è copiare ciò che è
già stato scritto o vissuto, e sperare che i propri lettori non se
ne accorgano. Persino la letteratura americana sfiora il ridicolo
mentre tenta di sfornare “storie sempre nuove”, originali. A un
certo punto, l’unica cosa originale diventano gli effetti
speciali, ma già ci si inizia a stancare perfino di quelli.
La capacità di produzione culturale del mondo biologico è esausta, ormai
non c’è nulla da dire. E che nessuno dica più “oggi mi sento
ispirato”. Arrendiamoci, noi siamo solo delle larve troppo
impaurite per vivere la vita, e ci limitiamo a copiarla. Cosa che
non ci fa molto onore.
Possiamo elevare al livello di Arte il nostro copiare, e questo è
grossomodo tutto quello che si può fare con la parola scritta, di
questi tempi. Quando i letterati pensano di riuscire a levarsi al di
sopra del resto della popolazione, per favore si ricordino che
l’ispirazione è Volontà, e che se essi avessero avuto a che fare
con la Volontà, allora non sarebbero diventati letterati.
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L’artista
è, nel migliore dei casi, un buon operaio
Ma
nel momento stesso in cui ammettiamo che l’Arte sta, oggi, sta nel
copiare con stile, allora dobbiamo renderci conto che niente ci
rende speciali o insostituibili: qualunque bambino impari
l’alfabeto vale esattamente quanto noi, eccetto per il fatto che
si fa probabilmente pagare meno per scrivere. Un buon letterato è,
al massimo, un buon operaio, forse specializzato, ma niente di
eccezionale.
Ciò
che dà valore ad un operaio è la ditta in cui è inserito, il
materiale e la strumentazione con cui può lavorare, la sua
disponibilità ad imparare e a migliorarsi e a guardare avanti. E
esattamente questo devono imparare a fare i letterati. Nessuno ha più
bisogno di un letterato: posso prendere due persone alfabetizzate
qualsiasi e ottenere dalla loro collaborazione qualcosa di migliore.
La letteratura deve occuparsi del mutamento di percezione che ha
accompagnato il cambio di millennio, e la nuova percezione è
policentrica. Sono stufo marcio di vedere l’ammirazione per la
vita artistica negli occhi di semi-letterati che, inoltre,
minacciano di iniziare a scrivere essi stessi. Ciò che è stato è
stato e non ritornerà, ora dobbiamo cercare di cogliere il
cambiamento e fare succedere qualcosa ora. Qui. Non c’è tempo per
Orwell, Manzoni o Marx: il mondo avrà cambiato coordinate prima che
io finisca di leggere quello che LORO hanno scritto, e tutto quello
che potrò sviluppare sarà già fuori moda prima di essere giunto
sul foglio.
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